Iris sotto il mare

Iris vola sotto il mare e i suoi lunghi capelli fluttuano come alghe sottili mosse dalle onde. Iris è dentro un quadro di Chagall, sospesa tra anemoni e pesci. Leggera.
Le passano accanto i destini di donne migranti che non hanno mai raggiunto la riva, perdendosi nel blu prima dell’approdo.
Nessun canto di sirena rompe la quiete, ma il silenzio tenace e caparbio di milioni di donne intente alla cura. Voci mute e generose che, per salari da fame, badano a famiglie di altri, abbandonando le proprie.
La cittadinanza tanto desiderata, Iris l’ha ottenuta in un solo giorno.
Dopo la sua morte.

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Iris Noelia Palacios Cruz veniva dall’Honduras ed era arrivata in Italia senza documenti. Ha trovato un lavoro, come molte altre donne migranti, in una famiglia italiana.
E’ morta nel mare dell’Argentario nel tentativo, riuscito, di salvare la vita della bambina di cui si occupava come baby sitter.
Questo lavoro dei MOTUS è un omaggio a Iris, ma è soprattutto una denuncia nei confronti della nostra opulenta società, pronta ad alimentare con fragore mediatico ogni tipo di razzismo, ma che lascia passare sotto silenzio l’aiuto quotidiano che le donne migranti elargiscono. Un aiuto spesso illegale e sommerso. Come se un destino ingrato avesse legato le migrazioni al mare, anche quando queste donne riescono a toccare terra e vivere all’interno delle nostre case.
Paradossalmente, il mare che ha travolto Iris, ha portato a galla un mare ben più grande di ingiustizia.

IRIS SOTTO IL MARE ha ricevuto l’apprezzamento ufficiale del Presidente della Repubblica
Interpreti
Martina Agricoli, Maurizio Cannalire, Simona Gori,
Federica Morettini, Riccardo Pardini e con Simona Cieri

Commissione Europea                   Regione Toscana 

Provincia di Siena       Comune di Siena       Comune di Montepulciano

 Camara Municipal Lisboa                   Fundação Calouste Gulbenkian

Comissão Para a Citadania e Igualdade de Género – Presidencia do Conselho de Ministros Português

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“………… se davvero queste persone, ormai a centinaia di migliaia, rammendano gli sbreghi della nostra vita familiare, assistono chi è solo, imboccano neonati e puliscono vecchi, la cosa più ovvia e urgente da fare sarebbe buttare uno sguardo davvero politico sul loro status. E davvero politico, ovviamente, significa l’esatto contrario delle risse ideologiche su Est, Ovest, Nord e Sud.
Significa sveltire l’accidiosa burocrazia che rende infernali le pratiche di cittadinanza e di ricongiungimento (chi scrive ha passato una notte sul marciapiede della Questura di Bologna per verificare l’inutile bivacco degli immigrati in coda davanti a uno sportello che si sarebbe aperto la mattina successiva). Significa verificare che i datori di lavoro mettano in regola persone che hanno un compito così intimo, e così delicato: nessuno è meno clandestino di colui che ti abita in casa.
Significa provare a mettere ordine in una branca così nevralgica del lavoro precario, capire se i salari sono adeguati alle prestazioni, agevolare l’inserimento di queste persone a partire dal riconoscimento di ciò che già è in atto, il lavoro reso, il sostegno fornito, l’intelligenza spesso sorprendente con la quale gente venuta dall’altro capo del mondo afferra le nostre situazioni, le affronta, le sbroglia: e poche situazioni, questo è sicuro, sono più complicate da affrontare, anche psicologicamente, come l’assistenza ai vecchi e ai bambini.
Poi, ovviamente, è anche giusto discutere sul numero di anni necessario per assumere la cittadinanza. Sulle barriere da erigere contro i tabù religiosi, qualora configgano con le nostre leggi, e contro le violenze di tipo tribale o familiare. Ma sono discussioni che è meglio fare levando spazio ai fantasmi del futuro, e dandone il più possibile al bilancio concreto degli ultimi anni.
E in ogni modo la cittadinanza italiana, almeno postuma, si può conquistare anche in tre minuti, salvando la vita alla bambina che ti è stata data in consegna e poi sparendo in quel mare che ospita, ormai, così tanti migranti che il conto è perduto”.

Michele Serra

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