GUFETTO (11 Maggio 2020)

……………………. Fu infatti dieci anni fa, quando i numeri erano tutt’altro che confortanti (in crescita con oltre 1000 morti accertati nel 2009) che nacque uno spettacolo intenzionato a denunciare. Un ruolo che sempre più spesso purtroppo l’arte, in tutte le sue forme, si trova a dover ricoprire o si sente in dovere di ricoprire per restituire la voce alle vittime che non possono più gridare l’ingiustizia che li ha uccisi…. Ritualità che non manca nella coreografia e che a tratti scandisce i tempi dello spettacolo in omaggio al lavoro che diventa così cerimonia, celebrazione dell’operosità umana…. L’ossimoro che si nasconde nell’espressione “caduti del lavoro” si spiega con una disuguaglianza sociale che sul palco di Mattanza resta protagonista sempre in scena grazie alla grande scala fatta di cubi di legno di dimensione crescente sopra e sotto i quali si muovono i danzatori…. Un nastro trasportatore di corpi e di braccia che si susseguono uno uguale all’altro annullandosi nel loro scorrere continuo come pezzi identici e senz’anima in una catena di montaggio…. In una visione vagamente fordiana e a tratti quasi dickensiana, i danzatori diventano sul palco i loro stessi macchinari che simulano in movimenti meccanici e ripetitivi del corpo fino a provocare negli occhi dello spettatore l’illusione di osservare la vitalità di una fabbrica…. Sicuro è che i ballerini hanno efficacemente sortito l’effetto di esaminare quale sia il fondamento, l’atavica ragione del fenomeno, ovvero quella disuguaglianza sociale che, seppur suoni a molti oramai superata e anacronistica, è invece ancora radicata negli ambienti di lavoro e soprattutto, purtroppo, nella cultura borghese……………………………..

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